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Sviluppo del linguaggio 0-3 anni: come il nido lo sostiene ogni giorno

10 minuti fa
Tempo di lettura: 7 min

Prima di imparare a parlare, un bambino ha bisogno di sentirsi ascoltato.

«Il mio bambino ha quasi due anni e dice ancora poche parole. Dovrei preoccuparmi?» Oppure: «Al nido imparerà a parlare più velocemente, stando con altri bambini?»

Sono domande frequenti tra i genitori, spesso accompagnate dal confronto con altri bambini della stessa età. C'è chi a diciotto mesi pronuncia già molte parole e chi comunica soprattutto attraverso gesti, sguardi e vocalizzazioni. Ma lo sviluppo del linguaggio nei bambini da 0 a 3 anni è un processo complesso, che coinvolge non soltanto la capacità di parlare, ma anche quella di ascoltare, comprendere, comunicare e costruire relazioni. E soprattutto, il linguaggio non nasce improvvisamente con la prima parola: comincia molto prima, nel dialogo silenzioso tra il bambino e chi si prende cura di lui.


Il linguaggio comincia molto prima delle prime parole

Quando un neonato guarda il viso della mamma, risponde a una voce familiare o sorride durante uno scambio, sta già partecipando a una forma di comunicazione.

Ancora prima di saper parlare, il bambino possiede numerose competenze comunicative.

Utilizza il corpo, lo sguardo, le espressioni del viso, i movimenti e i suoni per entrare in relazione con chi lo circonda.

Un bambino che tende le braccia per essere preso in braccio sta comunicando un desiderio. Un altro che indica un oggetto e guarda l'adulto sta cercando di condividere un interesse.

Sono esperienze fondamentali perché, attraverso questi primi scambi, il bambino scopre che i propri segnali hanno un significato per gli altri.

La ricerca sullo sviluppo infantile ha mostrato quanto le interazioni reciproche tra adulti e bambini siano importanti nell'acquisizione del linguaggio.

Quando l'adulto risponde a un gesto, a una vocalizzazione o a uno sguardo, contribuisce a costruire quella reciprocità sulla quale si svilupperanno progressivamente le competenze linguistiche.

Prima di parlare, il bambino impara che comunicare significa incontrare qualcuno disposto ad ascoltarlo.


Come si sviluppa il linguaggio nei bambini da 0 a 3 anni?

Lo sviluppo linguistico attraversa diverse fasi, ma non procede in modo identico per tutti.

Nel primo anno di vita prevalgono vocalizzazioni, lallazione, gesti e una crescente capacità di riconoscere suoni e parole familiari.

Tra il primo e il secondo anno molti bambini iniziano a utilizzare parole intenzionali, ad ampliare il vocabolario e, progressivamente, a combinare semplici espressioni.

Tra i due e i tre anni, generalmente, il linguaggio diventa più articolato. Il bambino può iniziare a formulare frasi, raccontare piccole esperienze, esprimere richieste e partecipare a scambi comunicativi sempre più complessi.

Queste tappe rappresentano indicazioni generali, non scadenze da rispettare.

È importante, tuttavia, non confondere il rispetto dei tempi individuali con l'idea che qualsiasi ritardo debba essere semplicemente aspettato.

Se un bambino mostra difficoltà nella comprensione, utilizza pochissimi gesti comunicativi, presenta un linguaggio molto limitato rispetto all'età o perde competenze già acquisite, è opportuno confrontarsi con il pediatra, che potrà valutare eventuali approfondimenti specialistici.

Rispettare il bambino significa anche riconoscere tempestivamente quando può avere bisogno di un sostegno specifico.


Il nido favorisce lo sviluppo del linguaggio?

La frequenza al nido può offrire numerose occasioni di apprendimento linguistico, ma non è la semplice presenza di altri bambini a determinare lo sviluppo del linguaggio.

Ciò che conta è la qualità delle esperienze comunicative.

Durante la giornata, il bambino incontra adulti che gli parlano, lo ascoltano, danno significato ai suoi gesti e lo accompagnano nella scoperta delle parole.

Incontra anche coetanei che producono suoni, esprimono desideri, sperimentano nuove modalità comunicative e diventano progressivamente interlocutori interessanti.

Un bambino può osservare un compagno pronunciare una parola e provare a ripeterla. Può imparare ad associare un'espressione a un gesto o scoprire che una richiesta può essere comunicata in modi differenti.

Ma il valore educativo del nido non consiste nell'accelerare artificialmente queste acquisizioni.

Consiste nel creare un ambiente ricco di relazioni, nel quale ciascun bambino possa sviluppare le proprie competenze comunicative attraverso esperienze significative.


Parlare ai bambini non significa parlare continuamente

Spesso gli adulti pensano che, per stimolare il linguaggio, sia necessario nominare ogni oggetto, descrivere continuamente ogni azione o rivolgere molte domande al bambino.

In realtà, la quantità di parole non è sufficiente a definire la qualità di una relazione comunicativa.

Ciò che conta è che le parole siano inserite in uno scambio autentico.

Immaginiamo un bambino impegnato a far rotolare una pallina.

L'educatrice si avvicina, osserva il suo interesse e commenta:

«La pallina è rotolata lontano!»

Il bambino la guarda e sorride.

L'adulto aspetta, lasciandogli il tempo di rispondere.

Forse il bambino emetterà un suono, forse indicherà la pallina, forse cercherà di ripetere il movimento.

Quello che si è creato non è una lezione di linguaggio.

È una conversazione.

Anche se uno dei due interlocutori non possiede ancora le parole.


La lettura condivisa: molto più che imparare parole nuove

Leggere un libro a un bambino piccolo non significa necessariamente arrivare all'ultima pagina.

Può significare fermarsi a osservare un'immagine, ripetere il verso di un animale, ascoltare una domanda o seguire l'interesse del bambino.

A volte una stessa pagina viene osservata per diversi minuti. Altre volte il bambino desidera tornare continuamente alla stessa figura.

Non è una distrazione.

È il suo modo di partecipare.

La lettura condivisa favorisce l'attenzione congiunta, la comprensione, l'ampliamento del vocabolario e la familiarità con la struttura del linguaggio.

Ma possiede anche un valore relazionale profondo.

Il bambino ascolta una voce conosciuta, sperimenta la vicinanza dell'adulto e scopre che un libro può diventare un luogo di incontro.

Al nido, i momenti di lettura vengono proposti rispettando l'età, l'interesse e la capacità di attenzione dei bambini.

Non chiediamo necessariamente di ascoltare tutti nello stesso modo o per lo stesso tempo.

Cerchiamo piuttosto di alimentare il piacere della scoperta e della condivisione.


Canzoni, filastrocche e ripetizioni: perché aiutano a parlare?

I bambini piccoli amano ascoltare più volte le stesse canzoni e ripetere gesti e suoni familiari.

Questa ripetizione non è casuale.

Ritmo, rime, pause e melodie possono facilitare il riconoscimento dei suoni e la memorizzazione di sequenze linguistiche.

Una filastrocca accompagnata da movimenti delle mani, per esempio, permette al bambino di collegare parole, gesti ed emozioni.

Le pause nelle canzoni conosciute possono invitarlo ad anticipare un suono o completare una parola.

Non è necessario chiedergli continuamente di ripetere.

Spesso è sufficiente creare lo spazio perché possa partecipare spontaneamente.

Perché il bambino apprende più facilmente quando è coinvolto e quando l'esperienza gli procura piacere.


Anche le routine quotidiane insegnano a comunicare

Uno degli aspetti più interessanti dello sviluppo linguistico è che molte occasioni di apprendimento nascono nei momenti apparentemente più semplici della giornata.

Durante il cambio, il bambino ascolta parole che descrivono ciò che sta accadendo e può anticipare le azioni successive.

Durante il pranzo incontra nomi, gesti, richieste ed espressioni legate al cibo.

Nel momento dell'accoglienza riconosce saluti, voci e parole che diventano familiari.

Queste esperienze possiedono un grande valore perché il linguaggio viene incontrato all'interno di situazioni concrete.

Le parole non sono elementi astratti da memorizzare, ma strumenti per comprendere ciò che accade, esprimere bisogni e partecipare alla vita quotidiana.

Anche per questo, al nido, le routine non rappresentano semplicemente momenti organizzativi.

Sono occasioni di relazione e apprendimento.


Il valore dell'attesa: lasciare al bambino il tempo di rispondere

Uno degli atteggiamenti più preziosi che un adulto può adottare è imparare ad aspettare.

Spesso, nel desiderio di aiutare, anticipiamo le richieste dei bambini.

Completiamo le parole, interpretiamo immediatamente i gesti, rispondiamo prima ancora che abbiano terminato di comunicare.

Lo facciamo per attenzione, affetto o abitudine.

Ma il bambino ha bisogno anche di uno spazio nel quale sperimentare la propria iniziativa comunicativa.

Aspettare qualche secondo, mantenere lo sguardo e mostrare disponibilità significa offrirgli la possibilità di essere protagonista dello scambio.

Naturalmente non si tratta di lasciare il bambino frustrato davanti a un bisogno che non riesce a esprimere.

Si tratta di trovare un equilibrio tra il sostegno dell'adulto e la fiducia nelle competenze emergenti del bambino.

Una comunicazione rispettosa non pretende una risposta immediata.

Sa riconoscere il valore di una pausa, di un tentativo, persino di un silenzio.


Lo sguardo di Bhu-m

Al Nido di Bhu-m crediamo che il linguaggio non sia soltanto una competenza da acquisire, ma soprattutto una relazione da costruire.

Ogni bambino arriva al nido con una propria storia comunicativa.

Ci sono bambini che utilizzano già molte parole e altri che comunicano soprattutto attraverso il corpo, i gesti e le espressioni.

Ci sono bambini che cercano frequentemente il dialogo e altri che preferiscono osservare prima di partecipare.

Il nostro compito non è uniformare questi percorsi.

È riconoscerli, comprenderli e accompagnarli.

Nella nostra quotidianità, il linguaggio prende forma durante il gioco libero, nelle attività di esplorazione, nella lettura, nelle canzoni e nei momenti di cura.

Le educatrici osservano gli interessi dei bambini, danno significato ai loro tentativi comunicativi e offrono parole capaci di accompagnare le esperienze.

Non chiediamo continuamente ai bambini di dimostrare ciò che sanno dire.

Cerchiamo piuttosto di costruire relazioni nelle quali possano sentirsi liberi di esprimersi.

Il nostro riferimento è un'idea di bambino competente, attivo nella costruzione delle proprie conoscenze, capace di partecipare alla relazione fin dai primi mesi di vita.

Una visione che incontra il valore dell'apprendimento attraverso l'esperienza, caro a John Dewey, e quello di un ambiente preparato che sostiene autonomia e iniziativa, presente nel pensiero montessoriano.

Ma soprattutto, una visione che mette al centro la persona.

Perché un bambino che viene ascoltato non impara soltanto nuove parole.

Impara che ciò che pensa, desidera e prova merita attenzione.

E questa consapevolezza costituisce una delle basi più importanti per costruire fiducia in sé e negli altri.

 
 
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