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Autonomia nei bambini e bambine di 2 anni: perché non significa fare tutto da soli

17 ott
Tempo di lettura: 6 min

“Ha già due anni, dovrebbe riuscire a farlo da solo, non credi?”

Quante volte, parlando di crescita, ci capita di misurare l'autonomia dei bambini e delle bambine attraverso ciò che riescono a fare senza il nostro aiuto? Mangiare con il cucchiaio, togliersi le scarpe, lavarsi le mani, riordinare i giochi. Sono conquiste importanti, certamente. Ma c'è qualcosa che rischiamo di dimenticare: essere autonomi non significa non avere più bisogno degli altri. Significa sviluppare, progressivamente, la fiducia nelle proprie capacità, sapendo di poter contare su una relazione sicura quando qualcosa diventa troppo difficile.


Che cosa significa davvero autonomia nei bambini e nelle bambine?

Lo sai che… l'autonomia non comincia quando un bambino o bambina riesce a fare qualcosa da solo, ma quando sente di poter provare?

Un bambino di due anni che cerca di infilare una scarpa, sbaglia, riprova e poi guarda l'adulto chiedendo aiuto sta già vivendo un'esperienza di autonomia.

Non ha completato il compito. Non è riuscito a fare tutto da solo. Eppure ha preso un'iniziativa, ha sperimentato una difficoltà e ha cercato una soluzione.

È proprio questo il punto.

L'autonomia non è soltanto il risultato di un'azione. È un processo che coinvolge curiosità, capacità di scelta, iniziativa, tolleranza della frustrazione e fiducia.

Nei primi anni di vita queste competenze sono ancora in costruzione. E, soprattutto, non crescono tutte contemporaneamente.

Un bambino può essere molto autonomo nel gioco, ma avere ancora bisogno di aiuto durante il pasto. Può scegliere con sicurezza quale libro leggere e cercare invece la vicinanza dell'adulto per addormentarsi.

Non c'è contraddizione.

Lo sviluppo non procede come una scala sulla quale ogni gradino raggiunto rende inutile quello precedente.

È un percorso fatto di conquiste, esitazioni, ritorni e nuove possibilità.


Perché un bambino autonomo ha ancora bisogno dell'adulto?

Può sembrare un paradosso, ma per imparare a fare da soli i bambini hanno bisogno di sperimentare che qualcuno è disponibile ad aiutarli.

La teoria dell'attaccamento, sviluppata a partire dagli studi di John Bowlby e approfondita da Mary Ainsworth, ci aiuta a comprendere questo processo.

Quando un bambino percepisce l'adulto come una base sicura, può sentirsi più libero di allontanarsi, esplorare, sperimentare e affrontare piccole difficoltà.

La sicurezza della relazione sostiene l'esplorazione.

Non la ostacola.

Pensiamo a un bambino che sta costruendo una torre di cubi.

La torre cade. Lui si arrabbia, guarda l'educatrice e le porge un cubo.

L'adulto potrebbe ricostruire rapidamente la torre al suo posto. Oppure potrebbe dirgli: “Devi farcela da solo”.

Ma esiste una terza possibilità.

Può avvicinarsi, riconoscere la sua frustrazione e offrirgli il sostegno necessario per continuare: “È caduta! Proviamo a mettere questo cubo sotto?”.

Il bambino rimane protagonista dell'esperienza, ma non viene lasciato solo davanti alla difficoltà.

L'aiuto dell'adulto non sottrae autonomia quando permette al bambino di partecipare attivamente a ciò che sta imparando.


Il valore pedagogico del “faccio io!”

Intorno ai due anni molti bambini cominciano a manifestare con maggiore decisione il desiderio di fare da soli.

“Faccio io!”

Una frase che può arrivare proprio quando abbiamo fretta, quando dobbiamo uscire o quando sarebbe molto più semplice intervenire direttamente.

Ma dietro quelle due parole si nasconde una conquista importante: il bambino comincia a percepirsi come una persona capace di agire sul mondo.

Vuole provare. Vuole scegliere. Vuole verificare che cosa succede attraverso le proprie azioni.

Maria Montessori aveva riconosciuto quanto fosse importante predisporre un ambiente nel quale il bambino potesse esercitare le proprie competenze attraverso esperienze concrete.

Questo non significa anticipare le tappe dello sviluppo, ma offrire opportunità adeguate alle capacità che stanno emergendo.

Un piccolo appendiabiti raggiungibile, materiali accessibili, oggetti proporzionati alle mani dei bambini e tempi sufficienti per tentare un'azione possono diventare strumenti preziosi.

Perché l'ambiente educativo non dovrebbe chiedere continuamente al bambino di adattarsi alle esigenze dell'adulto.

Dovrebbe, per quanto possibile, essere pensato anche a misura delle sue possibilità.


Come sviluppare l'autonomia nei bambini e bambine di 2 anni senza forzarli?

La domanda più utile, forse, non è “Che cosa dovrebbe già saper fare?”, ma “Quali opportunità posso offrirgli per sperimentare le sue capacità?”.

Pensiamo ad alcuni momenti della quotidianità.

Durante il pasto: autonomia significa partecipare

Un bambino che prova a usare il cucchiaio, si sporca e impiega molto tempo per mangiare non sta semplicemente imparando un gesto pratico.

Sta coordinando movimenti, sperimentando consistenze, esercitando la propria intenzionalità e costruendo un rapporto personale con il cibo.

L'adulto può sostenerlo senza sostituirsi continuamente a lui, intervenendo quando necessario e rispettando i segnali di fame e sazietà.

L'obiettivo non è arrivare il prima possibile a un pasto senza aiuto.

È permettere al bambino di diventare progressivamente partecipe di quell'esperienza.

Nel vestirsi: il tempo è una risorsa educativa

Infilare una manica, abbassare un pantalone o provare a mettere una scarpa richiede coordinazione, attenzione e capacità di organizzare i movimenti.

Ciò che per un adulto è automatico, per un bambino può rappresentare un compito complesso.

Se interveniamo sempre prima che possa provare, rischiamo di sottrargli occasioni di apprendimento.

Se invece pretendiamo che riesca a fare qualcosa per cui non è ancora pronto, possiamo trasformare un'esperienza di scoperta in una fonte di frustrazione.

Accompagnare significa trovare un equilibrio tra questi due estremi.

Nel gioco: scegliere è già una forma di autonomia

Anche decidere quale materiale utilizzare, come combinarlo o quando interrompere un'esplorazione è un'espressione di autonomia.

Nel gioco libero il bambino sperimenta la possibilità di prendere iniziative e verificarne gli effetti.

Un contenitore può diventare un tamburo. Due oggetti possono essere messi uno dentro l'altro. Una costruzione può essere distrutta e ricominciata.

Non serve che ogni esperienza produca un risultato riconoscibile agli occhi dell'adulto.

Il valore sta anche nel processo.

Ed è proprio attraverso questi tentativi che il bambino costruisce conoscenza e fiducia nelle proprie possibilità.


Quando il bambino o bambina chiede aiuto, sta perdendo autonomia?

No. E questa è forse una delle convinzioni più importanti da rivedere.

Un bambino che ieri mangiava da solo e oggi chiede di essere aiutato non ha necessariamente perso una competenza.

Potrebbe essere stanco, emotivamente affaticato, desideroso di vicinanza oppure semplicemente meno interessato a esercitare quella capacità in quel momento.

Le competenze non scompaiono automaticamente quando un bambino cerca sostegno.

Anzi, saper chiedere aiuto è una risorsa importante.

Significa riconoscere una difficoltà e individuare nell'altro una possibile fonte di supporto.

L'autonomia autentica comprende anche la capacità di riconoscere quando abbiamo bisogno di qualcuno.

Non è forse così anche per noi adulti?


Autonomia e relazione: perché al nido crescono insieme

Il nido offre molte occasioni per esercitare l'autonomia, ma il suo valore non dipende dal numero di attività che un bambino impara a svolgere senza assistenza.

Dipende dalla qualità delle esperienze e delle relazioni nelle quali quelle competenze prendono forma.

La presenza delle educatrici, il confronto con gli altri bambini, la prevedibilità delle routine e un ambiente organizzato con attenzione possono favorire l'iniziativa personale.

Un bambino osserva un compagno che prova a versare l'acqua e desidera fare altrettanto.

Un altro scopre di poter scegliere un libro e portarlo all'educatrice.

Un altro ancora decide di riporre un gioco al suo posto perché conosce l'ambiente e comincia a orientarsi al suo interno.

Sono piccole conquiste quotidiane.

Ma soprattutto sono esperienze attraverso le quali il bambino scopre di poter essere parte attiva della comunità in cui vive.


Lo sguardo di Bhu-m

Al Nido di Bhu-m ci piace pensare all'autonomia non come a un traguardo da raggiungere in fretta, ma come a una possibilità che prende forma giorno dopo giorno.

Il nostro punto di partenza è il bambino inteso come persona competente in evoluzione.

Competente non significa capace di fare tutto.

Significa riconoscere che ogni bambino possiede risorse, intenzioni, curiosità e modalità personali di entrare in relazione con il mondo.

Il nostro compito educativo non è sostituirci a lui, ma nemmeno chiedergli di affrontare da solo ciò che ancora non può sostenere.

È osservare.

È riconoscere quando possiamo fare un piccolo passo indietro e quando, invece, la nostra presenza diventa indispensabile.

È rispettare il tempo necessario per infilare una scarpa, anche quando sarebbe più veloce farlo noi.

È accogliere la richiesta di un abbraccio senza interpretarla come una regressione.

È permettere a un bambino di scegliere, provare, sbagliare e ricominciare, sapendo che la relazione con l'adulto non dipende dal risultato raggiunto.

Nel nostro progetto educativo, ispirato anche ai principi di autonomia e fiducia di Maria Montessori e all'apprendimento attraverso l'esperienza di John Dewey, gioco, scoperta e cura non sono momenti separati.

Sono parti della stessa esperienza di crescita.

Ecco perché attribuiamo grande valore anche alle routine quotidiane: il pasto, il cambio, il riordino, la preparazione alla nanna.

Non sono semplicemente intervalli tra le attività educative.

Sono occasioni nelle quali il bambino può conoscere meglio se stesso, sperimentare le proprie possibilità e costruire una relazione di fiducia con chi si prende cura di lui.

La presenza di un'équipe educativa che diventa un sistema di riferimento affettivo permette inoltre ai bambini di sperimentare sicurezza all'interno di relazioni diverse, senza che questo diminuisca il valore del legame con la propria famiglia.

Perché l'autonomia non nasce dall'assenza dell'adulto, ma dalla qualità della sua presenza.

E forse il messaggio più bello che possiamo trasmettere a un bambino non è semplicemente:

“Bravo, hai fatto tutto da solo!”.

Ma qualcosa di più profondo:

“Ti vedo. So che vuoi provare. Sono qui, se hai bisogno di me.”

 
 
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