A condividere i giochi si impara: quando succede davvero?
“Perché mio figlio non vuole condividere i suoi giochi? Ha già due anni, dovrebbe aver imparato, no?” È una domanda che molti genitori si pongono osservando il proprio bambino al parco, a casa o al nido. Basta una macchinina contesa, un secchiello trattenuto con forza o un sonoro “MIO!” per far nascere il dubbio che qualcosa non stia funzionando. E via con i sensi di colpa... cosa ho sbagliato? Ma non voler cedere un gioco nei primi anni di vita non significa essere egoisti, maleducati o incapaci di stare con gli altri. Significa, molto spesso, trovarsi nel pieno di un percorso di sviluppo in cui il bambino sta ancora imparando a riconoscere sé stesso, i propri desideri e quelli delle altre persone.

A che età i bambini iniziano a condividere i giochi?
Non esiste un compleanno in cui, improvvisamente, un bambino diventa capace di condividere.
La condivisione è una competenza sociale complessa, che si costruisce gradualmente e coinvolge diverse capacità: riconoscere il desiderio dell'altro, attendere, regolare la frustrazione e comprendere che un oggetto può essere utilizzato da persone diverse in momenti differenti.
Tra i 12 e i 24 mesi, molti bambini sono particolarmente concentrati sull'esplorazione individuale. Possono osservare i compagni, imitarli, avvicinarsi a loro e desiderare proprio il gioco che stanno utilizzando, senza riuscire ancora a organizzare uno scambio.
Tra i 2 e i 3 anni cominciano a comparire, con frequenza variabile, comportamenti di collaborazione, piccoli turni e forme più intenzionali di gioco condiviso.
Intorno ai 3 anni, e negli anni successivi, queste capacità generalmente si arricchiscono, sostenute dal linguaggio, dall'esperienza e dalla maturazione emotiva.
Sono indicazioni evolutive, non scadenze. Ogni bambino segue un percorso personale e può riuscire a condividere in alcune situazioni, ma non in altre, soprattutto quando è stanco, emozionato o particolarmente coinvolto nel gioco.
Prima di condividere un bambino deve scoprire il significato di “mio”.
Quando un bambino afferra un oggetto e dice “mio!”, non sta necessariamente manifestando un atteggiamento possessivo da correggere.
Sta esprimendo qualcosa di molto importante: la progressiva consapevolezza di sé come persona distinta dagli altri.
Durante i primi anni di vita, il bambino costruisce la propria identità anche attraverso il rapporto con gli oggetti.
Quella bambola, quel camioncino, quella costruzione che ha scelto e che sta utilizzando diventano parte di un'esperienza personale.
Interrompere bruscamente quell'esperienza può essere vissuto come una perdita difficile da comprendere.
Jean Piaget ha descritto come la capacità di considerare punti di vista diversi dal proprio si sviluppi progressivamente. Questo ci aiuta a capire perché un bambino piccolo possa desiderare intensamente un gioco senza riuscire ancora a immaginare con facilità ciò che prova il compagno.
La condivisione, dunque, non nasce dalla rinuncia obbligata al proprio desiderio.
Nasce dalla possibilità di scoprire che anche l'altro desidera, sceglie, aspetta e partecipa.
Perché obbligare un bambino a condividere non significa insegnarglielo
“Dai, passagli il gioco.”
“Non essere egoista.”
“Devi imparare a condividere.”
Sono frasi che gli adulti pronunciano spesso con l'intenzione di insegnare il rispetto.
Ma che cosa impara davvero un bambino quando gli viene tolto un oggetto per consegnarlo a un altro?
Potrebbe imparare soprattutto che il proprio desiderio conta meno della richiesta dell'adulto.
Oppure che condividere significa perdere qualcosa, anziché vivere una relazione.
Questo non significa lasciare che un bambino trattenga ogni oggetto indefinitamente o ignorare i bisogni degli altri.
Significa distinguere tra imporre un comportamento e costruire una competenza.
Possiamo riconoscere il suo coinvolgimento:
“Stai ancora giocando con questa macchinina. Vedo che per te è importante.”
E, contemporaneamente, dare voce all'altro bambino:
“Anche Sofia vorrebbe provarla. Quando avrai finito, potremo offrirgliela.”
In questo modo non cancelliamo il desiderio di nessuno.
Introduciamo invece, con gradualità, l'idea che in una relazione possano esistere bisogni differenti.
Il gioco parallelo: stare insieme senza giocare insieme
C'è una scena molto frequente al nido.
Due bambini sono seduti vicini sul tappeto.
Uno costruisce una torre.
L'altro dispone alcuni cubi in fila.
Ogni tanto si guardano, si osservano e magari ripetono il gesto del compagno.
Non stanno ancora costruendo qualcosa insieme, eppure stanno già vivendo un'esperienza sociale.
La psicologa Mildred Parten ha descritto differenti modalità di partecipazione al gioco infantile, tra cui il gioco parallelo, particolarmente significativo nella prima infanzia.
Giocare uno accanto all'altro è già un modo di incontrarsi.
Il bambino osserva, imita, scopre nuove possibilità e comincia a riconoscere la presenza dell'altro nel proprio spazio.
Prima di pretendere una collaborazione, dobbiamo quindi riconoscere il valore di queste esperienze apparentemente semplici.
La socialità non comincia soltanto quando due bambini si passano un oggetto.
Comincia molto prima, nello sguardo, nella curiosità e nell'imitazione.
Come insegnare a condividere i giochi senza forzare il bambino
Il verbo “insegnare” potrebbe farci immaginare una spiegazione, una regola o un esercizio.
Ma nei primi tre anni le competenze sociali si costruiscono soprattutto attraverso esperienze concrete, ripetute e accompagnate da adulti disponibili.
Dare tempo al gioco
Quando un bambino è profondamente concentrato, interromperlo per chiedergli di cedere un oggetto può ostacolare la sua esperienza.
Rispettare il tempo del gioco significa riconoscere che anche la concentrazione e la continuità hanno un valore educativo.
Accompagnare l'attesa
Aspettare è difficile quando si è piccoli.
Le funzioni esecutive, che aiutano a controllare gli impulsi e a regolare il comportamento, sono ancora in sviluppo.
Un'educatrice può rendere l'attesa più comprensibile:
“Adesso lo sta usando Tommaso. Restiamo qui insieme e vediamo quando ha finito.”
Non è necessario pretendere un'attesa troppo lunga o insostenibile: possiamo offrire alternative, mantenendo chiaro il significato del turno.
Dare valore ai piccoli gesti spontanei
Un bambino porge un cubo al compagno.
Un altro lascia spazio sul tappeto.
Un terzo offre spontaneamente un oggetto che ha appena utilizzato.
Non occorre trasformare ogni gesto in una prestazione da applaudire.
Possiamo semplicemente riconoscerlo:
“Hai visto? Gli hai passato il cubo e adesso potete continuare a costruire.”
Il bambino scopre così il significato sociale della propria azione.
E se mio figlio non vuole condividere proprio nulla?
Prima di preoccuparci, proviamo a osservare.
Il bambino non condivide mai, oppure fatica soprattutto con alcuni oggetti?
Accade soltanto quando è stanco?
Conosce bene gli altri bambini?
Ha bisogno di un tempo più lungo per sentirsi sicuro?
A volte un oggetto rappresenta una fonte di conforto. Altre volte il bambino è immerso in un'esplorazione che non vuole interrompere.
Anche la familiarità con l'ambiente e la qualità delle relazioni possono influenzare la sua disponibilità allo scambio.
Se emergono difficoltà persistenti che riguardano più ampiamente la comunicazione e le relazioni, il confronto tra famiglia, educatrici e professionisti dello sviluppo può aiutare a comprendere meglio i bisogni del bambino.
Ma la difficoltà a condividere un gioco, da sola, non è un indicatore di un problema nello sviluppo.
È importante non trasformare una competenza in costruzione in un'etichetta.
Lo sguardo di Bhu-m
Al Nido di Bhu-m crediamo che condividere non significhi semplicemente imparare a dire “prego” o a consegnare un giocattolo.
Significa iniziare a scoprire che il mondo è abitato da altre persone, ciascuna con desideri, emozioni e intenzioni proprie.
È una scoperta straordinaria, ma non sempre facile.
Per questo non chiediamo ai bambini di essere già capaci di ciò che stanno ancora imparando.
Il nostro punto di partenza è il bambino competente in evoluzione: una persona che possiede risorse autentiche, ma che ha bisogno di tempo, esperienze e relazioni sicure per svilupparle.
Nel nostro progetto pedagogico, ispirato anche ai principi di autonomia di Maria Montessori e all'apprendimento attraverso l'esperienza di John Dewey, il gioco rappresenta il luogo privilegiato in cui il bambino costruisce conoscenze e relazioni.
Le educatrici osservano, ascoltano e accompagnano.
Non intervengono automaticamente per imporre una soluzione ogni volta che due bambini desiderano lo stesso oggetto. Valutano invece ciò che sta accadendo, garantiscono sicurezza e aiutano ciascuno a riconoscere progressivamente la presenza dell'altro.
Anche l'organizzazione degli spazi e la scelta dei materiali hanno un significato: un ambiente pensato per i bambini permette di esplorare, scegliere, incontrarsi e sperimentare forme sempre nuove di partecipazione.
La nostra attenzione agli attaccamenti multipli rende l'équipe educativa un sistema di riferimento affettivo, nel quale ogni bambino può sentirsi riconosciuto e sostenuto mentre affronta le prime sfide della vita sociale.
E in questo percorso la famiglia è una presenza fondamentale.
Condividere osservazioni, dubbi e piccole conquiste permette a genitori ed educatrici di costruire uno sguardo comune, rispettoso della storia e dei tempi di ogni bambino.
Forse, allora, quando vediamo un bambino stringere forte il suo gioco e dire “mio!”, possiamo provare a cambiare domanda.
Non più soltanto:
“Quando imparerà a condividere?”
Ma:
“Che cosa sta imparando oggi di sé, degli altri e del piacere di stare insieme?”
Perché la condivisione autentica non nasce dall'obbligo di rinunciare.
Nasce dalla fiducia che, nella relazione, ci sia spazio anche per il proprio desiderio.




