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La paura di deludere i figli: quando il bisogno di rassicurazione è dell'adulto, non del bambino.

9 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Quando abbiamo cominciato a pensare che essere buoni genitori significhi non deludere mai i nostri figli?

È una domanda che merita una riflessione, soprattutto quando parliamo di bambini molto piccoli, di uno o due anni, che stanno appena cominciando a conoscere sé stessi, i propri desideri e il mondo che li circonda.

Un bambino piange perché vuole qualcosa.

Un bambino protesta perché gli viene detto di no.

Un bambino si arrabbia perché deve interrompere un gioco o accettare un cambiamento.

Sono manifestazioni emotive autentiche, importanti, che chiedono di essere riconosciute.

Ma riconoscere un'emozione non significa necessariamente soddisfare la richiesta che l'ha provocata.

Eppure, a volte, gli adulti vivono il pianto dei bambini come qualcosa da interrompere immediatamente, quasi fosse la prova di una propria incapacità educativa.

Quando il pianto di un bambino mette in difficoltà l'adulto

Si cerca di interpretare ogni gesto, di anticipare ogni desiderio, di trovare una spiegazione a ogni protesta.

A volte attribuendo al comportamento del bambino significati che appartengono più alle preoccupazioni dell'adulto che all'esperienza reale del piccolo.

“Piange perché si sente rifiutato.”

“Se gli dico di no, penserà che non lo capisco.”

“Se insisto, perderà fiducia in me.”

Ma siamo davvero certi che sia questo ciò che il bambino sta comunicando?

Un bambino di quindici mesi non possiede ancora gli strumenti per comprendere, organizzare e regolare da solo tutte le emozioni che attraversa.

Ed è proprio per questo che ha bisogno di un adulto.

Non di un adulto che decida al suo posto che cosa deve provare.

Non di un adulto che ignori il suo pianto.

Ma nemmeno di un adulto che rinunci al proprio ruolo pur di non provocargli una frustrazione.

Ha bisogno di qualcuno che sappia accogliere la sua emozione senza esserne travolto.

Che possa dirgli:

“Lo so, volevi proprio quella cosa. Sei arrabbiato. Ti capisco. Ma adesso non si può.”

E che sappia restare lì, presente, disponibile, anche mentre il bambino protesta.

Perché il limite non cancella la relazione. Può, al contrario, renderla più sicura e prevedibile.

Perché dire no a un bambino piccolo non significa ferirlo

La ricerca sullo sviluppo emotivo ci insegna che la capacità di autoregolazione si costruisce progressivamente attraverso la co-regolazione: il bambino impara ad attraversare le emozioni anche grazie alla presenza di adulti sufficientemente stabili, coerenti e rassicuranti.

Daniel Siegel, nei suoi studi sullo sviluppo della mente e delle relazioni, sottolinea l'importanza delle esperienze relazionali nel processo di integrazione emotiva.

Questo significa che un bambino non ha bisogno di essere protetto da qualsiasi emozione spiacevole.

Ha bisogno di essere sostenuto mentre impara ad affrontarla.

Se l'adulto cambia continuamente posizione perché non riesce a tollerare il dispiacere del bambino, rischia di rendere meno comprensibili i confini dell'esperienza.

Non perché il bambino stia manipolando il genitore.

Ma perché sta cercando di orientarsi in un mondo di cui non conosce ancora le regole.

Non è il bambino che deve farsi carico dell'incertezza dell'adulto. È l'adulto che deve assumersi la responsabilità di accompagnare l'incertezza del bambino.


Accogliere le emozioni non significa assecondare ogni richiesta

Questo non significa educare con rigidità, autoritarismo o imposizioni arbitrarie.

Significa esercitare un'autorevolezza affettuosa (o autorevole affettuosa fermezza) capace di distinguere tra un bisogno autentico, una richiesta, un desiderio e una frustrazione.

Un bambino può avere bisogno di essere abbracciato mentre gli viene negato qualcosa.

Può avere bisogno di tempo per accettare che un'attività sia terminata.

Può avere bisogno che l'adulto mantenga un limite, senza allontanarsi emotivamente da lui.

Il punto non è scegliere tra fermezza e accoglienza.

Il punto è comprendere che possono, e dovrebbero, esistere insieme.

Un confine comprensibile, adeguato all'età e mantenuto con rispetto non è una punizione.

È una forma di orientamento.

E la relazione rimane sicura non perché ogni richiesta viene soddisfatta, ma perché l'adulto continua a essere disponibile anche quando non può dire di sì.


La paura di deludere i figli: una domanda che riguarda anche noi adulti

Forse una delle domande più importanti che possiamo porci è questa:

Quando mio figlio piange perché gli ho detto di no, sto cercando di consolare lui oppure di placare il mio disagio nel vederlo contrariato?

È una distinzione sottile.

E non sempre facile da riconoscere.

Il desiderio di rendere felice un figlio è naturale. Anche la fatica di vederlo piangere appartiene profondamente all'esperienza genitoriale.

Ma a volte il timore di deluderlo può portarci a interpretare ogni sua reazione come una richiesta di cambiare decisione.

Il bambino piange, dunque il limite era sbagliato.

Il bambino protesta, dunque non si sente compreso.

Il bambino si arrabbia, dunque dobbiamo trovare immediatamente una soluzione.

E se non fosse necessariamente così?

Se il bambino stesse semplicemente vivendo la frustrazione di un desiderio che non può essere soddisfatto?

Non ogni pianto racconta un bisogno trascurato.

Non ogni protesta richiede una concessione.

Naturalmente, non ogni limite è giusto per il solo fatto di essere stato stabilito dall'adulto. Anche i genitori possono ripensare una decisione, riconoscere un errore e modificare una richiesta eccessiva.

Ma questa revisione dovrebbe nascere da una valutazione consapevole, non soltanto dall'urgenza di interrompere il pianto.

Non dobbiamo indovinare ogni emozione per essere genitori presenti. E soprattutto non dobbiamo evitare ogni delusione per essere genitori amorevoli.

Lo sguardo di Bhu-m

Al Nido di Bhu-m crediamo profondamente nel bambino competente, capace di comunicare, esplorare, scegliere e partecipare attivamente alle proprie esperienze.

Ma riconoscere la competenza del bambino non significa attribuirgli responsabilità che appartengono all'adulto.

Il bambino ha diritto di esprimere la propria volontà. L'adulto ha la responsabilità di valutare quando e come quella volontà possa essere accolta.

La relazione educativa non è una continua negoziazione nella quale l'adulto deve ottenere il consenso del bambino a ogni decisione.

È un incontro tra due persone che hanno pari dignità, ma responsabilità differenti.

Le educatrici osservano e ascoltano, rispettano i tempi individuali, riconoscono le emozioni e accompagnano le frustrazioni, senza confondere il rispetto con l'assenza di limiti.

Perché crescere significa anche scoprire che non tutto ciò che desideriamo può accadere immediatamente.

E questa scoperta può avvenire senza umiliazione, senza paura, senza solitudine.

Con accanto un adulto che sappia dire di no, quando serve, continuando a dire con la propria presenza:

“Puoi essere arrabbiato con me. Io resto qui. E continuo a prendermi cura di te.”

Forse è proprio questa una delle forme più importanti di sicurezza che possiamo offrire ai bambini.

Non la promessa che non incontreranno mai una frustrazione.

Ma la certezza che non dovranno affrontarla da soli.

 
 
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