È normale piangere quando il proprio figlio inizia il nido?
“Ma perché sto piangendo io? È lui che deve iniziare il nido.”
Succede più spesso di quanto si racconti. Arriva il primo giorno, magari preparato da settimane: lo zainetto è pronto, i vestiti hanno il nome scritto sull’etichetta, abbiamo scelto con attenzione il luogo e conosciuto le educatrici. Sappiamo razionalmente che nostro figlio starà bene. Eppure, proprio nel momento in cui dobbiamo affidarci e lasciarlo andare, qualcosa si stringe dentro. Ci commuoviamo, ci sentiamo inquieti, qualche volta torniamo verso casa con le lacrime agli occhi. Piangere quando il proprio bambino inizia il nido non significa essere genitori fragili o poco pronti al distacco. Significa attraversare, insieme a lui, un cambiamento importante.

Lo sai che...il primo giorno di nido non comincia soltanto... il nido?
Quando un bambino entra per la prima volta all'asilo nido a cambiare non è soltanto la sua quotidianità .
Fino a quel momento mamma, papà o le altre figure familiari hanno rappresentato gran parte del suo mondo. Conoscono il significato di un certo pianto, sanno come preferisce essere consolato, riconoscono quel piccolo gesto che anticipa la stanchezza o la fame.
Affidarlo ad altre persone significa accettare che qualcun altro cominci a conoscerlo.
Ed è un passaggio emotivamente molto più profondo di quanto possa sembrare.
A volte il genitore pensa: “Nessuno lo conosce come me”. Ed è vero. Ma il nido non chiede alla famiglia di essere sostituita. Chiede di allargare lentamente il cerchio delle relazioni sicure del bambino.
È proprio qui che può nascere una delle esperienze più importanti dei primi anni di vita: scoprire che si può stare bene con mamma e papà e, progressivamente, anche con altri adulti capaci di prendersi cura di noi.
Perché il distacco può far piangere anche i genitori?
Il legame di attaccamento non appartiene soltanto al bambino.
Anche l'adulto ha costruito, giorno dopo giorno, un sistema fatto di vicinanza, protezione, gesti ripetuti e conoscenza reciproca. Quando arriva il momento del nido, quel sistema deve trovare un nuovo equilibrio.
Per questo possono comparire emozioni apparentemente contraddittorie: tristezza e orgoglio, paura e curiosità, senso di colpa e desiderio di riprendere il proprio lavoro o i propri spazi.
E possono convivere tutte.
Non occorre scegliere quale sia quella “giusta”. Le emozioni sono sempre tutte lecite.
E soprattutto non è necessario trasformare il distacco in una prova di forza. Un bambino non ha bisogno di un genitore che non prova emozioni: ha bisogno di un adulto capace, gradualmente, di dare a quelle emozioni un significato.
Lo sai che ...la serenità non significa non emozionarsi?
Spesso ai genitori viene detto: “Devi essere serena, altrimenti tuo figlio lo sente”.
È una frase che, pur partendo da una buona intenzione, rischia di aggiungere un peso inutile.
I bambini sono certamente molto sensibili agli stati emotivi degli adulti di riferimento. Osservano il volto, ascoltano il tono della voce, percepiscono esitazioni e tensioni. Ma questo non significa che una mamma o un papà debbano fingere di non essere emozionati.
Ciò che aiuta il bambino è soprattutto la coerenza del messaggio che riceve.
Possiamo essere commossi e, nello stesso tempo, comunicargli fiducia: “Per me questo momento è importante e so che qui puoi stare bene”.
La sicurezza non nasce dall'assenza di emozioni. Nasce dalla presenza di adulti capaci di riconoscerle e attraversarle.
L’ambientamento serve anche agli adulti
È uno degli aspetti che più spesso dimentichiamo.
Quando parliamo di ambientamento pensiamo immediatamente al bambino: quanto piangerà? Quando riuscirà a restare? Dopo quanti giorni mangerà o dormirà al nido?
Ma anche il genitore ha bisogno di ambientarsi.
Ha bisogno di conoscere gli spazi, osservare le educatrici, comprendere le routine, vedere come ci si rivolge ai bambini e cominciare a costruire fiducia nelle persone alle quali affiderà suo figlio.
Per questo a Il Nido di Bhu-m abbiamo scelto un ambientamento partecipato, che prevede nei primi giorni la presenza del genitore all'interno del nido.
Non consideriamo questa presenza un ostacolo all'inserimento. Al contrario, rappresenta un ponte.
Il bambino può esplorare un ambiente nuovo partendo dalla propria base sicura; il genitore può osservare concretamente ciò che accade durante la giornata; le educatrici possono conoscere il bambino anche attraverso lo sguardo e le informazioni di chi si prende cura di lui da sempre.
Poco alla volta nasce qualcosa che nessuna procedura può imporre: la fiducia reciproca.
Quando il genitore si fida, il bambino non deve scegliere
C'è un pensiero che accompagna profondamente il nostro modo di intendere il nido: il bambino non dovrebbe mai sentirsi diviso tra la propria famiglia e il luogo educativo che frequenta.
Non deve scegliere a chi appartenere.
Può amare profondamente mamma e papà e costruire, nello stesso tempo, nuove relazioni significative con le educatrici.
È il principio degli attaccamenti multipli: nella prima infanzia un bambino può costruire legami sicuri con più adulti di riferimento, senza che questi mettano in discussione il legame originario con i genitori.
Anzi, quando famiglia ed educatrici si riconoscono reciprocamente e comunicano fiducia, il bambino riceve un messaggio potentissimo:
“Le persone che amo si fidano di queste persone. Posso cominciare a fidarmi anch'io.”
E allora il distacco cambia significato.
Non è più semplicemente un “lasciare”.
Diventa un affidare.
E se piango davanti a mio figlio?
Può succedere. Non è necessario trasformarlo in un problema.
Possiamo semplicemente evitare che il bambino senta di dover consolare l'adulto o di essere responsabile della sua tristezza.
Un saluto affettuoso, comprensibile e sufficientemente breve comunica molto più di una separazione trascinata nel tentativo di evitare ogni lacrima.
Poi, una volta usciti, possiamo concederci di essere quello che siamo in quel momento: una mamma o un papà che sta osservando il proprio bambino fare un passo nuovo.
Perché anche crescere un figlio è fatto di questo strano movimento: proteggerlo abbastanza da permettergli, un giorno dopo l'altro, di allontanarsi un pochino.
Lo sguardo di Bhu-m
A Il Nido di Bhu-M pensiamo che l'ambientamento non riguardi soltanto il bambino.
Riguarda una relazione.
Anzi, riguarda molte relazioni che cominciano a intrecciarsi: quella tra bambino ed educatrici, quella tra educatrici e famiglia e quella, nuova, che il genitore deve costruire con l'idea che il proprio figlio possa stare bene anche in sua assenza.
Per questo non chiediamo ai genitori di consegnarci un bambino sulla porta e fidarsi “perché sì”.
La fiducia va costruita.
Crediamo in bambini competenti, capaci di esplorare e creare nuove relazioni quando intorno a loro trovano adulti disponibili, coerenti e rispettosi dei loro tempi. Crediamo in un'équipe educativa che diventa sistema di riferimento e in un nido nel quale gioco, gentilezza, gioia e cura non siano parole da scrivere in un progetto pedagogico, ma gesti riconoscibili nella quotidianità.
E crediamo anche che accogliere un bambino significhi, inevitabilmente, accogliere la sua famiglia.
Perciò, se il primo giorno di nido vi ritroverete fuori dalla porta con gli occhi lucidi, non chiedetevi subito come far sparire quell'emozione.
Forse racconta semplicemente che qualcosa sta cambiando.
Vostro figlio sta allargando il suo mondo.
E voi, con un po' di commozione, state imparando a lasciarglielo fare.




