Perché un bambino stanco si arrabbia più facilmente?
Aggiornamento: 4 ott

“È stanco, ma invece di addormentarsi sembra ancora più agitato. Perché?”
È una situazione che molti genitori conoscono bene. Arriva la fine della giornata e proprio quando ci aspetteremmo un bambino assonnato e tranquillo compaiono pianti improvvisi, opposizione, irritabilità, corse per casa, richieste continue. A volte basta pochissimo per scatenare una reazione enorme: una scarpa che non si infila, un gioco da lasciare, un “no” dell’adulto. E viene spontaneo pensare che il bambino stia facendo i "capricci" (che per noi non esistono ma si potrebbero ben chiamare semplicemente "bisogni"). In realtà, dietro quel comportamento potrebbe esserci semplicemente un sistema ancora immaturo che, quando è affaticato, fa più fatica a regolare le emozioni.
Sonno e comportamento dei bambini: qual è il legame?
Lo sai che… dormire non significa semplicemente “spegnersi”?
Durante il sonno il cervello continua a lavorare. Nei primi anni di vita, in particolare, il riposo partecipa a processi fondamentali per lo sviluppo: aiuta a consolidare ciò che il bambino ha sperimentato durante la giornata e sostiene attenzione, memoria e regolazione emotiva.
Quando il riposo non è sufficiente ciò che cambia non è soltanto il livello di energia.
Un bambino stanco può avere meno risorse per aspettare, tollerare una frustrazione, affrontare un cambiamento o accettare un confine entro cui agire. Emozioni che in un altro momento riuscirebbe ad attraversare con maggiore facilità possono diventare improvvisamente molto intense.
Ecco perché la stanchezza nei bambini non si manifesta sempre con sbadigli e occhi che si chiudono.
Può presentarsi anche come agitazione, irritabilità, pianto, opposizione o maggiore bisogno di vicinanza dell'adulto.
Non è “cattivo”: sta facendo fatica
C’è un cambio di prospettiva che per noi è molto importante.
Di fronte a un bambino che si arrabbia facilmente possiamo chiederci: “Perché si comporta così?”.
Ma possiamo anche provare a domandarci: “Che cosa mi sta comunicando attraverso questo comportamento?” , "qual è il suo bisogno?"
Nei primi anni di vita il bambino non possiede ancora tutti gli strumenti per riconoscere e raccontare ciò che sente. Non sempre può dire: “Sono esausto, oggi ho vissuto tante esperienze e adesso faccio fatica a gestire quello che provo”.
Lo racconta con il corpo e con il comportamento.
Comprendere questo non significa lasciare che il bambino faccia qualsiasi cosa. Significa però che l'adulto può mettere un confine senza trasformare quella difficoltà in un giudizio.
Quando la stanchezza sembra iperattività
Lo sai che… a volte un bambino molto stanco può sembrare tutt'altro che assonnato?
Alcuni bambini (vale anche per gli adulti?), quando superano il proprio limite di stanchezza, diventano più attivi. Alcuni bambini e bambine corrono, ridono in modo incontenibile, passano velocemente da un gioco all'altro, sembrano non riuscire a fermarsi. Lo sai che può essere solo stanchezza?
È proprio qui che l'osservazione dell'adulto diventa preziosa.
Conoscere un bambino significa imparare progressivamente a riconoscere i suoi segnali: c'è chi cerca il contatto fisico, chi diventa più oppositivo, chi piange facilmente, chi perde interesse nel gioco e chi, al contrario, sembra accelerare.
Non esiste un unico segnale valido per tutti.
Esiste quel bambino, con il suo temperamento, la sua giornata, i suoi ritmi e il suo modo personale di comunicare la fatica.
Lo sguardo di Bhu-m
Al Nido di Bhu-m non pensiamo alla giornata del bambino come a una sequenza di attività da organizzare o vuoti da riempire.
Ci interessa piuttosto costruire un ritmo nel quale gioco, scoperta, cura, relazione e riposo possano trovare il loro spazio.
Osservare significa anche accorgersi che oggi un bambino ha bisogno di fermarsi prima, che un altro cerca maggiore vicinanza, che dietro un momento di irritabilità potrebbe esserci una giornata intensa.
Il bambino, per noi, è una persona competente in evoluzione. Essere competenti, però, non significa dover essere già capaci di gestire tutto da soli.
Nei primi anni la regolazione emotiva nasce dentro la relazione: prima di riuscire a calmarsi autonomamente, il bambino ha bisogno molte volte di sperimentare cosa significa essere calmato, accolto e accompagnato da un adulto.
E forse è proprio questo uno degli sguardi più importanti che possiamo offrire all'infanzia: non fermarci al comportamento, ma provare a comprendere il bisogno che quel comportamento sta raccontando.
Perché dietro un pianto improvviso, un “no!” gridato fortissimo o una rabbia apparentemente incomprensibile, qualche volta c'è semplicemente un bambino che ci sta dicendo, con gli strumenti che possiede:
“Oggi per me è stato tanto. Aiutami a fermarmi.”




